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Campione italiano Under 16, per anni Andrea Guerrieri è rimasto sospeso tra la promessa di una carriera importante e la difficoltà di trovare spazio nel tennis professionistico. Poi, quando molti avrebbero smesso di crederci, sono arrivati i primi titoli, la vittoria in un Challenger e i campi di Wimbledon. Oggi è numero 215 del ranking ATP. Un percorso costruito alla Tennis Training attraverso pazienza, disciplina e la capacità di ricominciare ogni giorno.

Nel tennis si parla spesso di talenti precoci, di ragazzi capaci di bruciare le tappe e di raggiungere rapidamente i palcoscenici più prestigiosi. Esistono però anche storie diverse, costruite lontano dai riflettori, attraverso anni di allenamenti, viaggi, sconfitte e ripartenze.

Quella di Andrea Guerrieri è una di queste. Una storia che sembrava essersi fermata a metà strada e che, invece, aveva semplicemente bisogno di più tempo.

Campione italiano Under 16, Andrea ha mostrato molto presto le proprie qualità. Il passaggio dal tennis giovanile al professionismo, però, non è stato immediato. Per diverse stagioni è rimasto in quella zona del ranking dalla quale si intravede il livello superiore senza riuscire ancora a raggiungerlo stabilmente.

Ha continuato a lavorare anche quando i risultati sembravano non restituire completamente ciò che sentiva di valere. Dal 2021 ha scelto Foligno e la Tennis Training come base del proprio percorso, trovando uno staff, un gruppo e un ambiente capaci di accompagnarlo durante gli anni più delicati della sua carriera.

Oggi la storia di Andrea racconta qualcosa che va oltre una classifica o una vittoria. Racconta che il talento non segue sempre gli stessi tempi. Che il confronto con chi arriva prima può trasformarsi in una spinta, invece che in una condanna. E che anche una strada apparentemente ferma può condurre molto più lontano di quanto sembri.

È una storia di tennis, ma soprattutto di pazienza. Di disciplina. Della capacità di raccogliere qualcosa anche dalle giornate peggiori.

E di continuare a crederci quando, da fuori, sembra non esserci più nulla da aspettare.

Andrea, sei stato campione italiano Under 16. A quell’età il tennis professionistico sembra vicino, quasi la naturale prosecuzione del percorso giovanile. Quando hai capito che, in realtà, tra quei due mondi esiste una distanza molto più grande?

«Il passaggio dagli junior ai professionisti è sicuramente difficile. Quando riesci a raggiungere una buona posizione nel ranking ITF Junior inizi ad affacciarti sul mondo dei professionisti. Se arrivi vicino agli Slam Junior, quel mondo lo vedi ancora più da vicino e hai quasi la sensazione di essere a un passo.

In realtà, per arrivarci davvero, la strada è molto lunga. Quando inizi a giocare i tornei professionistici da 15.000 o 25.000 dollari riparti praticamente da zero e devi farti le ossa. Non è semplice, anche perché il livello si è alzato tantissimo. Già dalle qualificazioni tutti giocano bene e non esistono più quelli che una volta potevano essere considerati turni facili.

Io ho vissuto questo passaggio con alcuni picchi e diversi momenti più complicati. Il mio percorso è stato abbastanza altalenante. Soltanto con il passare degli anni sono riuscito a trovare la continuità che inizialmente mi era mancata».

Per diverse stagioni sei rimasto intorno alla cinquecentesima posizione mondiale. Abbastanza vicino da intravedere il livello superiore, ma non ancora abbastanza per riuscire a restarci. Come si vive in quella zona del tennis?

«La difficoltà più grande è stata proprio quella di rimanere in una specie di limbo. Ogni tanto riuscivo a giocare qualche Challenger, ad affacciarmi a un livello più alto e anche a ottenere qualche buon risultato. Non avevo però la continuità necessaria per disputare stabilmente quei tornei.

È stato difficile dover accettare di inserire ancora tanti ITF da 25.000 dollari nella programmazione. Qualche dubbio è arrivato, ma non riguardava tanto il mio livello. Sentivo di poter salire e continuo ancora oggi a pensare di poter arrivare più in alto. Le domande riguardavano soprattutto le difficoltà esterne e la possibilità concreta di riuscire a compiere quel salto».

Quando i risultati tardano ad arrivare, anche la convinzione più forte può iniziare a incrinarsi. Hai mai pensato di smettere o di scegliere una strada diversa?

«Il pensiero c’è stato, anche se mai in maniera davvero consistente. È arrivato soprattutto quando mi trovavo da tempo nella stessa posizione. Giocavo buone partite e sentivo di avere il livello, ma non riuscivo a raggiungere lo step successivo.

A un certo punto mi sono chiesto per quanto tempo sarei stato ancora disposto a compiere tutti quei sacrifici. Li facevo e continuo a farli con piacere, ma non avevo più diciotto o vent’anni. Era normale iniziare a pormi alcune domande».

In quegli anni vedevi giocatori della tua stessa età salire più rapidamente. Nel tennis il confronto è inevitabile: può diventare un peso oppure una spinta. Per te che cosa è stato?

«Ho sempre cercato di vivere il confronto in maniera positiva. È chiaro che può creare un po’ di tensione, soprattutto con i giocatori italiani della tua stessa età. Si cerca sempre di emergere, di ottenere qualcosa in più dell’altro, anche quando si è amici.

Allo stesso tempo, però, quella tensione mi ha sempre dato una grande spinta. Allenarmi con giocatori della mia età o con tennisti più forti mi ha portato a cercare continuamente di migliorarmi. Li ho considerati dei punti di riferimento.

Pensare soltanto che alla mia età un altro giocatore avesse già raggiunto determinati risultati sarebbe stato distruttivo. Vivendo il confronto in quel modo, probabilmente, avrei dovuto smettere».

La classifica può dare l’impressione che un giocatore sia rimasto fermo. Dietro quel numero, però, possono esserci miglioramenti che soltanto l’atleta e il suo staff riescono a vedere. Quando hai cominciato a sentire che qualcosa stava davvero cambiando?

«Il primo aspetto è stato sicuramente la fiducia. È cresciuta grazie alle tante partite giocate e soprattutto a quelle vinte. Nel 2025 ho conquistato i miei primi due titoli ITF da 15.000 dollari, uno a giugno e l’altro a ottobre.

Quelle vittorie mi hanno dato molta fiducia e mi hanno anche sbloccato dopo alcune finali perse durante la carriera. Mi sono sentito più libero mentalmente e da quel momento il percorso è andato in crescendo.

La fiducia mi ha permesso anche di assimilare più facilmente alcuni miglioramenti. Allo stesso tempo abbiamo inserito ancora più lavoro dal punto di vista fisico, per cercare di performare a un livello superiore. È stato un insieme di elementi».

Si dice che nello sport crescita di un giocatore non segua quasi mai una linea retta. A volte un percorso sembra essersi fermato, e poi la svolta arriva proprio quando meno la si aspetta. È successo anche nel tuo caso? 

«È un episodio che ricordo molto bene. Nelle due settimane precedenti al torneo in Slovenia avevo disputato due tornei da 25.000 dollari in Croazia, perdendo entrambe le volte al primo turno.

Nel secondo avevo perso nettamente contro un giocatore forte, ma non ero riuscito minimamente a esprimere il mio tennis. C’erano tanta amarezza e molta delusione.

La settimana successiva, in Slovenia, ho vinto per la prima volta un torneo ITF. È stata una settimana bellissima arrivata immediatamente dopo una prestazione molto negativa. «Quell’esperienza mi ha fatto capire che, anche dopo una delusione, tutto può cambiare molto rapidamente.»

Andrea Guerrieri

Poi è arrivato il Challenger di Roma. È stato quello il momento in cui hai capito di poter appartenere stabilmente a quel mondo?

«È stato sicuramente un piccolo punto di svolta. Da tempo sentivo di poter competere a quel livello e di potermela giocare con giocatori molto forti.

Avevo già ottenuto alcuni buoni risultati nei Challenger disputati nelle settimane precedenti, come quelli di Monza, Napoli e Barletta. A Roma, però, sono riuscito a mettere insieme sette partite consecutive di ottimo livello.

Questo mi ha dato un’ulteriore consapevolezza. Mi ha dimostrato che potevo mantenere quel rendimento per un’intera settimana e non soltanto in una singola partita».

Infine Wimbledon. L’erba, l’atmosfera di uno Slam e, dall’altra parte della rete, David Goffin. Ricordi il momento in cui sei entrato in campo?

«È stato molto emozionante, soprattutto all’inizio. Nel momento in cui siamo entrati in campo mi sono trovato davanti un giocatore come Goffin, con la sua carriera e il suo carisma.

Ho cercato di godermi l’esperienza, pur mantenendo la tensione giusta. Ho iniziato bene la partita e ho provato a prendere tutta l’energia possibile da un luogo nel quale se ne percepiva tantissima.

Sono stato particolarmente contento del modo in cui ho gestito i diversi momenti dell’incontro e del fatto di essere riuscito a esprimere il mio tennis. In contesti così importanti e nuovi non è mai facile.

Può capitare di uscire dal campo senza essere riusciti a mostrare davvero il proprio potenziale, magari per il valore dell’avversario o per l’emozione del momento. Io, invece, sono riuscito a rimanere dentro la partita al cento per cento e a mettere in campo le mie qualità».

Andrea Guerrieri

Forse vivere Wimbledon a vent’anni sarebbe stato diverso. Arrivarci dopo stagioni di attesa e sacrifici gli ha dato un significato ancora più profondo?

«Penso proprio di sì. Essere arrivato a Wimbledon dopo un percorso fatto di resilienza, duro lavoro e anni trascorsi in quel limbo ha dato all’esperienza un valore ancora maggiore.

Probabilmente viverla a vent’anni avrebbe avuto un sapore diverso. Riuscire ad arrivarci adesso, dopo tutto ciò che c’è stato prima, ha reso ogni momento ancora più significativo».

Nel 2021 hai scelto Foligno e la Tennis Training come base del tuo percorso. Che cosa stavi cercando in quel momento?

«Conoscevo la qualità dei maestri presenti alla Tennis Training. Avevo anche alcuni amici, come Lorenzo Bocchi che si allenavano qui e che me ne avevano parlato molto bene.

Quando venni a fare una prova di tre o quattro giorni mi resi immediatamente conto della qualità del lavoro. Cercavo inoltre un posto con un gruppo importante, perché sentivo il bisogno di avere un confronto quotidiano, una spinta e un appoggio in più.

Per me era fondamentale avere compagni con cui allenarmi, ma anche con cui condividere viaggi e tornei. Sapevo che qui avrei trovato un contesto positivo, nel quale si lavorava bene e si stava bene».

Ci sono momenti nei quali un atleta ha bisogno di qualcuno che continui a vedere ciò che ancora non compare nella classifica. Quanto ha contato sentire la fiducia del direttore tecnico Fabio Gorietti e del suo staff anche negli anni più difficili?

«È stato fondamentale. Ho sempre sentito la fiducia e la spinta dello staff. Mi sono sentito sostenuto e ho percepito che tutti credevano nelle mie possibilità, anche quando i risultati non arrivavano nella maniera che speravamo.

È stato molto importante il lavoro iniziato con Giampaolo Coppo. In un certo senso abbiamo cominciato insieme questo percorso, perché anche lui collaborava con la Tennis Training da poco tempo. Mi sono trovato immediatamente bene con il suo metodo e ho avvertito subito un grande miglioramento.

Negli anni ho poi lavorato con diversi maestri, fino ad arrivare a Riccardo Maiga, che è al mio fianco insieme a Giampaolo dalla fine del 2023 o dall’inizio del 2024. Da quel momento il lavoro è cresciuto costantemente e ha sempre mantenuto una qualità molto alta».

Andrea Guerrieri

Alla Tennis Training hai condiviso il campo con giocatori già arrivati molto più avanti. Quanto è importante osservare da vicino chi si trova dove tu vorresti arrivare?

«Ricordo molto bene le preparazioni invernali nelle quali erano presenti Stefano Travaglia e Gianmarco Moroni. Stefano era tra i primi cento giocatori del mondo, mentre Gianmarco si trovava intorno alla posizione 160 o 170.

Stare a stretto contatto con loro e allenarmi quotidianamente a quel livello è stato molto importante. Sono stati una grande fonte di ispirazione e mi hanno spinto a cercare di dare sempre il massimo.

Ho avuto la possibilità di allenarmi anche con Luca Vanni prima che smettesse e successivamente con Jacopo Berrettini. Sono state stagioni molto belle.

È uno degli aspetti più importanti della Tennis Training: puoi trovarti ad allenare con giocatori che, in quel momento, sono superiori a te. Questo crea quella giusta tensione che ti porta ad alzare il livello, a cercare di raggiungerli e magari ad andare anche oltre».

Oggi a Foligno sei tu uno dei giocatori osservati dai ragazzi più giovani. Ti senti un esempio per chi si allena accanto a te?

«Cerco di svolgere bene anche le cose più piccole: il lavoro in palestra, l’attivazione, le routine e l’atteggiamento durante gli allenamenti.

Provo a rimanere sempre dentro il lavoro, senza avere momenti di eccessivo nervosismo. Mi fa piacere pensare che questi comportamenti possano rappresentare un esempio per i ragazzi più giovani.

Il mio percorso può forse far capire che non tutti arrivano nello stesso momento e che bisogna continuare a lavorare anche quando i risultati sembrano non arrivare».

Che cosa diresti a un ragazzo che vede gli altri crescere più velocemente e comincia a pensare di non avere abbastanza talento?

«Gli consiglierei di cercare di godersi giorno dopo giorno il lavoro che sta svolgendo e anche i piccoli miglioramenti. A volte quei progressi vengono percepiti soltanto dal giocatore e dal suo team, mentre dall’esterno qualcuno può pensare che sia rimasto fermo.

Bisogna cercare di godersi anche gli allenamenti più duri. I risultati possono non arrivare immediatamente, ma il lavoro prima o poi può pagare davvero.

So che non è semplice, perché ci sono passato. Ci sono stati momenti nei quali anch’io pensavo che quello che stavo facendo non stesse producendo risultati e iniziavo a perdere un po’ di fiducia.

Continuando però a vivere pienamente gli allenamenti e i tornei, anche quelli nei quali non ero andato bene, sono sempre riuscito a trovare qualcosa di positivo. A volte i risultati sembrano poi arrivare tutti insieme. La soddisfazione è ancora più grande, perché sai di avere dato il duecento per cento anche nei momenti più difficili».

Pazienza, disciplina, ambizione, testardaggine e capacità di rialzarsi. Quale di queste qualità riconosci maggiormente nel tuo percorso?

«Direi soprattutto la pazienza e la disciplina. Con il tempo ho imparato anche a rialzarmi dopo le sconfitte in maniera positiva, cercando di prendere da ogni momento ciò che poteva aiutarmi a diventare più forte».

Se oggi potessi tornare dall’Andrea di cinque o sei anni fa, fermo intorno alla cinquecentesima posizione, che cosa gli diresti?

«Gli direi di continuare a crederci e di continuare a spingere come ha fatto. Sapevo di stare facendo le cose nel modo giusto e di essere nella situazione migliore per provare a esprimere il mio potenziale.

Gli direi semplicemente di continuare sulla stessa strada. E di non smettere mai di credere nel lavoro».

Andrea Guerrieri